figli dei figli dei fiori.

andai ad un concerto l’altra sera e trovai dietro un cespuglio, mentre orinavo incessantemente birre ordinate inconsciamente, un ragazzo dal sorriso innocente e dal fare suadente.
“bell’arnese” disse lui guardando al di là del suo palmo di naso.
“eh?” diss’io guardando stranito al di là del suo e del mio palmi di nasi.
“eh eh…sono un figlio dei figli dei fiori” rispose suadente il ragazzo dal sorriso innocente.
“un figlio dei figli dei fiori?” diss’io guardando al di là dei nostri palmi di nasi, suadentisorris’innocenti asi.
“giàgià. un figlio dei figli dei fiori.” innocenti.
“ciao figlio dei figli dei fiori. che fai tu qui mentr’io urino incessantemente birre ordinate inconsciamente?” diss’io al figlio dei figli dei fiori.
“medito” disse meditabondo l’uomo dal sorriso innocente. “medito sul perché del tuo gesto tanto scellerato” disse poi il figlio con un fare stizzito. adirato. stizzato.
strizzato ebbi io l’arnese quando l’amico, guardatomi col suo fare suadente, disse me “acqua ce n’è poca, viso pallido. conservala per la prole”
in mente mi venne la dinastia dei ming cantata da battiato e sorrisi un po’ alcolizzato.
mi guardò male.
ed io mi ripresi.
“figli non ne ho…o figlio dei figli dei fiori. non uno, non un solo figlio, o figlio. magari tu avrai figli, o figlio dei figli dei fiori. avrai figli che son figli dei figli dei figli dei fiori. ma io no. non uno. non un cazzo di fiore, di stelo o di pistillo. già tanto ch’abbia l’uccello”
“ferma la tua mente che corre come vento su dorso di cavalli cheyenne”
il figlio ora parlava da indiano.
non capivo.
io continuavo ad urinare litrate e litrate di birra.
e ripensai alle parole pronunciate poco prima dal figlio.
quell’uomo voleva davvero io facessi bere il mio piscio ai miei bambini?
e allora dissi: “ma dovrei davvero far bere il mio piscio ai miei bambini?”
“si”
“ascolta grinta…” diss’io al figlio dei figli dei fiori
“come sai il mio nome?” disse il figlio un po’ stupito.
ero sbronzo. non ne avevo la più pallida idea. e non volevo pensarci. così dissi lui semplicemente che aveva proprio una faccia da grinta.
“grintaaaaa” gridò il figlio dei figli dei fiori mostrando in maniera evidente d’aver apprezzato quella mia frase e di essere anche un po’ coglione.
“tu essere scellerato e non capire che fine di mondo incombe” aggiunse il figlio dei figli dei fiori.
continuava a parlare come un cazzo di indiano. non capivo. non lo sopportavo.
era notte, ero ubriaco. l’erba puzzava. di erba, di cacche e di sigarette bagnate.
quel cazzo di uomo era l’ultima cosa che desiderassi avere al mio fianco.
gonfio di birra girai il mio corpo tutto verso di lui.
il mio cazzo era pronto.
deglutii. poi dissi:
“ora puoi chiamarmi papà”

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